La Basilica Al santuario della Madonna dei Poveri si accede, preferibilmente, dall’ingresso laterale, su Corso Barlaam.Dall’essere un tempo stata sede dell’episcopato di Taureana discendeva l’obbligo da parte dei «Vescovi di Mileto di prender possesso della Chiesa di Seminara colla stessa pompa e formalità come se Cattedrale fosse, stipulandosene all’uopo di tal possesso atti autentici per mezzo di notaio» (Bianchini, post 1833, p. 6).Distrutta dal sisma del 1783 l’antica matrice, il duomo fu riedificato intorno al 1790 all’interno del nuovo scacchiere urbano, in prossimità del luogo dove sorgeva l’antico convento dei Minori Osservanti. Nel 1880 la sede fu trasferita in una nuova più ampia chiesa eretta sul sito dell’attuale, mentre il vecchio edificio fu concesso alla confraternita di San Marco che vi si trasferì abbandonando l’edificio post-sismico eretto al Vescovado. Gravemente danneggiata dai terremoti del 1894, 1905 e 1908, anche questa nuova matrice fu ricostruita in cemento armato a partire dal 1922 sulla base del progetto redatto dall’ingegnere Umberto Angiolini – padre carmelitano iniziale progettista della cattedrale di Reggio Calabria– e consacrata il 12 agosto 1933 da Mons. Paolo Albera, vescovo di Mileto. Fu eretta in Basilica Minore con Breve di Pio XII del 30 maggio 1955.L’interno, di gusto neo-romanico, conserva numerose testimonianze artistiche provenienti dalle chiese distrutte dell’antico centro.L’altare maggiore, in marmi policromi, reimpiega elementi databili alla seconda metà dell’800, con qualche aggiunta posticcia, come il prospetto del tabernacolo. La portellina di quest’ultimo, in lamina d’argento, rappresenta, con minuzia di particolari, la Madonna dei Poveri assisa sul trono argenteo settecentesco. Un’iscrizione tramanda il nome del committente: Paolo Filochimo.L’edicola che sovrasta l’altare, realizzata negli anni ’50, ospita la preziosa statua lignea della Madonna dei Poveri, del sec. XII-XIII, collocata entro un ricco trono argenteo completo di baldacchino eseguito nel 1750 a Napoli su commissione del canonico Onofrio Sanchez.Secondo un’antica leggenda, la statua, ritrovata tra le rovine di Taureana «annerita dalle fiamme dell’ultimo saccheggio», sarebbe stata trasportata a Seminara nel 1010.Si vorrebbe, altresì, che la denominazione di Madonna dei Poveri le sia stata attribuita poiché, dopo vani ripetuti tentativi da parte di esponenti del clero e delle più alte fasce della società, solo ai miseri la statua avrebbe concesso la facoltà di sollevarla per condurla a Seminara. Protettrice della città, che nel 1768 la elesse propria principale patrona, veniva invocata perscongiurare «contaggi, carestie, tempeste, epidemie». Custodita all’interno di una cassaforte metallica aperta solo anteriormente, la statua viene calata ed esposta più da vicino alla venerazione dei fedeli in tre sole occasioni durante l’anno: dall’alba del Martedì Santo fino al mezzogiorno del Mercoledì, durante le Quarantore, il 14 agosto, quando viene portata in processione dalle 17:00 alle 23:00 circa, e il 28 dicembre, quando si commemora la vigilia del sisma del 1908.Ai lati dell’edicola, sull’ultimo grado dell’altare maggiore, sono collocate due splendide statue marmoree, raffiguranti San Pietro e San Paolo, purtroppo in pessimo stato di conservazione, opere documentate del più dotato tra i figli di Antonello Gagini – Antonino – commissionate per la distrutta Chiesa dello Spirito Santo. Nella prima cappella a destra dell’ingresso principale è collocato un fonte battesimale neocinquecentesco, giunto nella matrice intorno al 1880. Sempre a destra dell’ingresso, sopra un basso piedistallo, si può ammirare la nota Maddalena recante sulla base l’iscrizione lacunosa «[…]NALDUS BONANUS F.», firma dello scultore Rinaldo Bonanno (1545 ca-1590), originario di Raccuia ma operante a Messina, che, dopo Antonello Gagini, può a buon diritto essere considerato il più grande artista autoctono che la Sicilia abbia espresso nel corso del ’500. La statua, peraltro, prende a modello proprio un capolavoro dell’artista palermitano: l’analogo soggetto eseguito per i Pignatelli di Monteleone attualmente nella collegiata di San Leoluca a Vibo Valentia.Forse proveniente dall’antica chiesa dello Spirito Santo, dove le visite pastorali settecentesche attestano l’esistenza di una cappella dedicata alla santa, con annesso beneficio della famiglia Silvestri, la statua costituisce uno dei più seducenti saggi dell’arte matura dello scultore di Raccuia. In posizione simmetrica, sulla sinistra, è collocata una statua raffigurante la Madonna col Bambino, detta degli Uccellari, attribuibile alla bottega di Martino Montanini, che probabilmente la eseguì, intorno al 1560, con l’assistenza dell’allievo Giuseppe Bottone. Evidente è il legame, non solo iconografico ma anche stilistico, con la Madonna del Popolo conservata nella cattedrale di Tropea, commissionata a Giovan Angelo Montorsoli nel 1554. Nella cappella destra del transetto si segnala una statua lignea raffigurante l’Immacolata, del raffinato scultore napoletano Arcangelo Testa con una datazione al secondo quarto dell’800. L’opera, che fortunatamente mantiene l’originaria cromìa, perpetua nella morbidezza della posa e nell’enfatico moto dei panneggi, ritorti e gonfiati dal vento, un gusto teatrale di sapore ancora settecentesco.Tra le altre statue, prevalentemente in cartapesta e databili al sec. XX, si distingue un Ecce Homo ligneo, purtroppo pesantemente ridipinto, proveniente dalla chiesa dei Cappuccini.Sulla parete di controfacciata, ai lati dell’ingresso, si trovano due tele, raffiguranti la Trinità con anime purganti e la Madonna col Bambino, siglate dal pittore Carmelo Tripodi (1874-1950) di Sant’Eufemia d’Aspromonte.Testimonianze dell’importanza della città e dei suoi edifici di culto sono le imponenti campane conservate all’interno del santuario. Una, in particolare, larga circa 80 cm, reca le figure a rilievo dei santi Basilio Magno e Filarete e una lunga iscrizione – «Verbum caro factum est. In honorem SS. Patris Basilii Magni/ et Philareti Titularis huius monasterii tempore cubernii/ ipsiusmet Rim Pris Mri Abbatis D. Lodovicii Salerni A.D. MDCCLIII/ Opus F. Nicolaus Astarita de Neapoli» – che ne rivela la provenienza dal monastero basiliano di S. Filarete.Un’altra campana di pari dimensioni, oltre all’iscrizione che esplicita la data di esecuzione e l’identità del committente – «Antoninus Chilindri Adimplevit A.D. MDCXXXV» – presenta un piccolo tondo raffigurante la Vergine col Bambino, una colomba e, in prossimità del margine inferiore una lucertola, simbolo che forse costituiva una sorta di “logo” dei fonditori messinesi Salicola. Nel piccolo Museo di Arte Sacra, si conserva una terza campana, anch’essa di dimensioni ragguardevoli, che un’iscrizione – «Anno Dni M.DCXVII Seminarie Die X Augusti Regnante Ph.o De Austria/ Abb. Io. Petrus Poeta V.I.D Rector/ Hiero Del Castillo Capit. M. Ant. Marsano V.I.D Io. Domi.s Russo Sindic./ Iacob(u)s Mvsarra