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La Chiesa dei Santi Elia e Filarete

La Chiesa dei Santi Elia e Filarete Un tentativo di ripristinare l’antico legame di Seminara con la spiritualità bizantina è rappresentato dall’erezione della cosiddetta Chiesa Greca, di rito ortodosso, edificata tra il 2001 e il 2004 sul suolo donato da Santo Gioffrè al Patriarca Ecumenico dii Costantinopoli Bartolomeo I. L’edificio sacro, dedicato ai Santi Elia e Filarete e ubicato a poca distanza dalla chiesa di Sant’Antonio al Borgo, ripropone l’impianto planimetrico, l’articolazione architettonica e il linguaggio decorativo tipici delle strutture chiesastiche bizantine calabresi.La scelta dei materiali e l’attenzione prestata nella messa in opera conferiscono alla piccola chiesa il sapore di un edificio antico. All’interno, su pareti e soffitti si stende una ricca decorazione pittorica, eseguita a tempera dal pittore greco Vasilios, che riproduce santi della Chiesa greca ed episodi della vita dei titolari, tra cui, sul soffitto del Sancta Sanctorum, la scena del bagno penitenziale di San Filarete nelle acque gelide del fiume che costeggiava il monastero, in seguito al quale il monaco avrebbe incontrato la morte.La chiesa è curata da un prete ortodosso che risiede nel prospiciente monastero ricavato in una vecchia casa colonica donata dallo stesso Gioffrè e ristrutturata all’uopo.

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Chiesa di S. Antonio dei Pignatari

Chiesa di S. Antonio dei Pignatari Poco discosta dai ruderi dell’antica porta urbica del Borgo, la chiesa di Sant’Antonio fu edificata dopo il sisma del 1783 forse sul sito dell’antica chiesa dedicata a Santa Maria dei Miracoli della quale mantenne per un certo tempo il titolo, presto traslato al santo patavino, molto venerato a Seminara in quanto protettore dei pignatari. Nella piazzetta antistante, nel 2001, è stato eretto un monumento al grande grecista Leonzio Pilato, con una statua in bronzo opera dell’artista Maurizio Carnevali. In alto, sulla facciata della chiesa, è murato un busto in arenaria raffigurante l’Eterno Padre Benedicente identificabile con il rilievo che nella platea settecentesca dei Minori Conventuali viene descritto in una nicchia sovrastante il portale laterale esterno della chiesa di San Francesco d’Assisi, che sorgeva nei pressi della porta urbica. Lateralmernte, due nicchie ospitano grandi vasi in terracotta smaltata di produzione seminarese, ivi collocati in occasione di recenti lavori di ristrutturazione.L’acquasantiera a destra dell’ingresso assembla una conca in pietra rossa di Taormina con un elemento reggimensa, capovolto, proveniente da un piccolo altare settecentesco e una base in marmo bianco recante la data 1702. Lungo la stessa parete è murato uno scudo marmoreocoronato – inquartato: nel 1° e 4° contrinquartato di Castiglia e Leon; nel 2° e 3° d’Aragona-Sicilia, sinistrato di Angiò-Napoli (interzato in palo di Gerusalemme, Angiò e Ungheria antica); innestato in punta di Granata (M. C. A. Gorra) – recante l’arma di Ferdinando il Cattolico, re di Spagna, subentrato sul trono di Napoli nel 1503 e morto nel 1516. Lo stemma si presenta accollato ad un’aquila al volo abbassato, con la testa in maestà (simbolo di San Giovanni adottato dai Re Cattolici per esprimere la propria devozione all’apostolo e in segno di gratitudine per la protezione accordata al regno), che lo stringe tenendone i fianchi tra gli artigli. Sant’Antonio da Padova, protettore dei pignatari di Seminara Madonna degli Angeli In basso sono rappresentate le imprese di Isabella di Castiglia e di Ferdinando il Cattolico: rispettivamente, alla destra araldica un fascio di frecce e alla sinistra un giogo.Sulla parete opposta è collocata, su un basso piedistallo in muratura, un’immagine marmorea della Madonna col Bambino (h. cm 159 ca), di provenienza ignota, che, come aveva giustamente rilevato già Alfonso Frangipane, riproduce, probabilmente dietro precise indicazioni della committenza, la Madonna degli Angeli di Antonello Gagini un tempo nella chiesa dei Minori Osservanti nella stessa Seminara.L’unica attribuzione ad una precisa personalità finora proposta dalla storiografia è quella di Negri Arnoldi (1997) che ha fatto il nome di Giovambattista Mazzolo, scultore carrarese attivo a Messina nella prima metà del ’500. Tuttavia, le masse anatomiche turgide, i tratti fisionomici decisi delle figure, il trattamento delle chiome articolate in piccole ciocche ben definite, le pieghe della veste della Vergine piatte e quasi stirate e quelle del manto improntate a geometrie essenziali quanto rigide e forzate, allontanano l’opera dal linguaggio più tipico del Mazzolo, mostrando, però, notevoli tangenze con un manufatto tardo di questa cerchia come la Custodia eucaristica di Santo Stefano di Briga (Messina), datata al 1554, in cui l’anziano scultore dovette essere affiancato dal figlio Giovandomenico e probabilmente anche da altri aiutiL’altare maggiore reimpiega un paliotto e un tabernacolo tardosettecenteschi inseriti in una semplice struttura in muratura.

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Chiesa di S. Michele

La Chiesa di San Michele La chiesa di San Michele sorge quasi alle spalle della chiesa di San Marco, in asse con l’attuale Via Taureana che si diparte da Piazza Mercato o Vittorio Emanuele II.L’edificio, nel quale ha sede la confraternita di San Rocco, eretto tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo, è stato in parte ricostruito in seguito ai danni subiti nei sismi susseguitisi nei primi anni del XX secolo. I lavori si protrassero a lungo, sicché nella sua ricognizione del 1933 Alfonso Frangipane segnalò i brani marmorei della pala dell’Epifania ancora «occultati dalla sagrestia della nuova chiesa, fra legnami e macerie» (p. 311).Attribuito a Martino Montanini, scultore toscano allievo e collaboratore prediletto di Giovan Angelo Montorsoli, al cui seguito giunse a Messina intorno al 1547, il dossale dell’Epifania (h. cm 280 ca) è senz’altro l’opera più importante tra quelle conservate nella chiesa, dove giunse recuperato dalle rovine dell’antica chiesa dei Minori Conventuali, al Borgo. In quest’ultima, nella cappella eretta nel 1551 dai fratelli Longo, l’ancona marmorea è minuziosamente descritta all’interno della preziosa Platea settecentesca conservata presso l’archivio diocesano di Mileto: «Il quadro è di fino marmo bianco colle figure della Epifania, scolpite à basso rilievo, sopra vi sono due Angioli in atto di adorazione, ed in mezzo l’effigge dell’Eterno Padre scolpite à basso rilievo in detto marmo, col motto a lettere incise: Deliciæ meæ cum filiis hominum. A pie del quadro à lettere anche incise sul marmo leggonsi le seguenti parole: Regis Tharsis, & insulæ munera offerunt (sic)/ Reges Arabum, & Saba dona adducent». La vivacità narrativa, la cura dei particolari, la morbidezza del modellato che indulge ad effetti di raffinato pittoricismo collocano l’opera tra le prove migliori dell’artista toscano.Sebbene di qualità inferiore, in quanto eseguito con il concorso della bottega e in particolare del discepolo Bottone, al Montanini si può ricondurre anche il fregio ornato da testine di cherubino alternate a drappi ed utensili liturgici, riutilizzato come gradino del postergale nello stesso altare, che è probabilmente un frammento di una monumentale custodia eucaristica, un tempo nell’antica chiesa matrice, dalla quale provengono anche i due rilievi raffiguranti San Pietro e San Paolo entro nicchie dai catini a conchiglia, murati nei piloni della cupola. Il confronto con la più integra custodia conservata nella chiesa della Madonna della Montagna a Galatro consente, infatti, di riconnettere i brani ad un passo della visita pastorale di Mons. Del Tufo, compiuta nel 1586, nel quale si descrive l’altare maggiore della chiesa di S. Maria delli Arangi, in cui il Santissimo Sacramento era conservato «in una fenestra al muro guarnita di marmo con l’immagine di San Pietro et Paulo con le cornici et colonne di marmo et altre figure, la quale finestra si apriva e serrava con chiave».Anche in questo caso, gli altari laterali reimpiegano elementi marmorei di varia provenienza, per lo più databili al ’700 e riconducibili a maestranze siciliane. Le ancone in muratura e stucco risalgono alla ricostruzione novecentesca, come il monumentale dossale con colonne tortili binate che si staglia, isolato, sullo sfondo dell’abside.Anche l’altare maggiore assembla elementi eterogenei: il tabernacolo è un manufatto napoletano e potrebbe provenire dall’altare del SS. Sacramento eretto nella matrice nel 1769 dalla bottega dei Troccoli; postergale, mensoloni e paliotto sono, invece, databili al tardo Settecento e mostrano i caratteri tipici della coeva produzione siciliana.Nonostante il degrado e le fratture, sono ancora apprezzabili le qualità plastiche delle teste di cherubino che ornano i mensoloni reggimensa. Tra XIX e XX secolo si datano la statue lignee raffiguranti S. Rocco, nell’altare maggiore, e San Michele Arcangelo, nell’ultimo altare a sinistra. Espressione di una tipologia che incontrò nell’Italia meridionale un certo successo tra ‘700 e ’800 è la statua manichino della Madonna del Carmine, che presenta testa e mani in legno dipinto.

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La chiesa di S. Marco

La Chiesa di San Marco A distanza di poche decine di metri dalla basilica è ubicata l’attuale chiesa di San Marco Evangelista.L’edificio, che fino al 1880 ospitava la collegiata, fu costruito dopo il 1783 forse sul sito dell’antica chiesa dei Minori Osservanti, sotto il titolo di Santa Maria degli Angeli. Sulle pareti dell’unica navata si sviluppa una ricca decorazione in stucco realizzata agli inizi del XX secolo dallo stesso artigiano che ha lavorato al calvario in via San Marco, in cui sono ripresi motivi tratti dalla lunetta del dossale dell’Epifania).Dalla sede ottocentesca, nei pressi del castello, l’arciconfraternita intitolata all’Evangelista si trasferì nell’attuale soltanto dopo il 1880.L’altare maggiore assembla elementi marmorei di varia provenienza, tra i quali spiccano, composte nel paliotto, due allegorie della Fede e della Speranza, sedute sulle volute di due elementi laterali provenienti dall’altare del SS. Sacramento eseguito nel 1769 per l’antica matrice dal marmoraro napoletano Giuseppe Troccoli coadiuvato dal discepolo Domenico Mazza. Allostesso contesto sono probabilmente da ricondurre anche i mensoloni che reggono la mensa, il rilievo con teste di cherubino e tiara pontificia al centro del paliotto e un prospetto di tabernacolo attualmente reimpiegato nell’altare maggiore della chiesa di San Michele.Anche gli altari laterali ricompongono mensoloni, paliotti ed altri elementi marmorei prevalentemente databili al XVIII secolo ed attribuibili a marmorari siciliani, come il paliotto in commessi policromi recante al centro, a rilievo, il Leone alato, simbolo tetramorfico diSan Marco Evangelista, forse parte dell’originario altare maggiore dell’antica chiesa confraternale.L’opera d’arte più pregevole tra quelle conservate nella chiesa è la nota Madonna degli Angeli, tra i capolavori di Antonello Gagini, databile al secondo decennio del ’500. Persino Giovanni Fiore, nella Calabria Illustrata, riferendo del convento dei Minori Osservanti di Seminara, sotto il titolo di S. Maria degli Angeli, non poté fare a meno di segnalare «l’immagine della medesimaVergine di tutto rilievo, di marmo finissimo, opra insigne», lasciandoci una testimonianza dell’alta considerazione in cui la statua era tenuta. Un’ulteriore prova dell’ammirazione tributata alla Madonna degli Angeli sono le numerose repliche scolpite da Giovambattista Mazzolo. Tutt’oggi «la meravigliosa Madonna di Seminara», pur non essendo né firmata né documentata, è considerata «uno tra i più commoventi apici autografi del Gagini in Calabria» (Caglioti 2002).Sull’ultimo altare a destra è collocato un dossale marmoreo raffigurante l’Epifania, attribuito ai Mazzolo, che potrebbe provenire dalla distrutta chiesa dello Spirito Santo nella quale le visite pastorali settecentesche segnalano la presenza di un altare dedicato alla Natività con obblighi di messe per l’anima di Grillo e un beneficio semplice fondato dal sacerdote Antonino Gioffrè (ASDM, vol. 9, 1722, fol. 80v). La pala (cm 185×150) prende a modello l’analogo soggetto dipinto da Cesare da Sesto per lachiesa San Nicolò dei Gentiluomini a Messina (1519 ca), oggi nella pinacoteca di Capodimonte, che lo stesso G.B. Mazzolo reinterpreta in un più piccolo rilievo marmoreo oggi nella cappella capitolare del duomo di Messina, eseguito nel 1544. Ad un’opera firmata del Mazzolo, il dossale nella chiesa del Ritiro a Cetraro (1533), si riconnettono le lunette che sovrastano la trabeazione, nelle quali sono raffigurati l’Angelo e l’Annunziata ai lati, la Pietà, con la Madonna, San Giovanni e Nicodemo, nel comparto centrale.Sull’ultimo altare a sinistra, sovrastato da ornati in stucco, è murato un frontale di tabernacolo databile al quinto decennio del Cinquecento e attribuito a Domenico Vanello, un’oscura personalità di cui ancora si conoscono poche opere, ma che pure fu tra i protagonisti della scena messinese del quarto e quinto decennio del ’500, nonché capomastro della fabbrica del duomo almeno dal 1546 al 1550, quando fu sostituito dal Montorsoli.La custodia seminarese, grazie ai confronti istituibili con opere siciliane, riveste un’importanza fondamentale per ricostruire la personalità dell’artista.Ai lati della portellina sono due Angeli adoranti, nelle nicchie laterali San Francesco d’Assisi e Santa Caterina d’Alessandria, mentre in alto, entro una lunetta, due angeli reggono il calice eucaristico. La rappresentazione del santo assisiate potrebbe indicare la provenienza del manufatto dall’antica chiesa dei Minori Osservanti.Il tabernacolo (h. cm 155 ca), oltre ad apparentarsi nello sviluppo architettonico all’altare Cesarini nel Duomo di Nola, datato 1523 ed attribuito al giovane Giovanni da Nola, presenta notevoli affinità con un ciborio conservato nella chiesa di San Giovanni Battista a Castanea delle Furie (Messina), databile al 1546. Il prospiciente altare oltre ad esibire la già vista cona dell’Epifania, riutilizza come paliotto la parte inferiore di una pala marmorea raffigurante la Trasfigurazione, originariamente collocata nella cappella della famiglia Franco all’interno della chiesa dei Minori Conventuali dove è puntualmente descritta nella Platea del 1722. Il frammento superstite (cm 122×78 ca),che rappresenta, sulla vetta del monte Tabor, gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo, doveva trovare completamento nella figura del Cristo, circondata da un nembo raggiante. Dalla Platea settecentesca sappiamo che l’altare era stato eretto nel 1555 da Jacobello Franco, appartenente ad una delle famiglie più influenti di Seminara. Il rilievo, in cui ricorrono motivi consueti nel repertorio montorsoliano – i mantelli roteanti, la veste sblusata in vita che forma un ventaglio di pieghe convergenti verso il colletto, aderendo, invece, nella parte inferiore, al ventre tanto da lasciar intravedere l’ombelico – è attribuibile a Martino Montanini e si apparenta strettamente ad altre opere dello scultore conservate a Seminara nella chiesa di San Michele.

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La Basilica

La Basilica Al santuario della Madonna dei Poveri si accede, preferibilmente, dall’ingresso laterale, su Corso Barlaam.Dall’essere un tempo stata sede dell’episcopato di Taureana discendeva l’obbligo da parte dei «Vescovi di Mileto di prender possesso della Chiesa di Seminara colla stessa pompa e formalità come se Cattedrale fosse, stipulandosene all’uopo di tal possesso atti autentici per mezzo di notaio» (Bianchini, post 1833, p. 6).Distrutta dal sisma del 1783 l’antica matrice, il duomo fu riedificato intorno al 1790 all’interno del nuovo scacchiere urbano, in prossimità del luogo dove sorgeva l’antico convento dei Minori Osservanti. Nel 1880 la sede fu trasferita in una nuova più ampia chiesa eretta sul sito dell’attuale, mentre il vecchio edificio fu concesso alla confraternita di San Marco che vi si trasferì abbandonando l’edificio post-sismico eretto al Vescovado. Gravemente danneggiata dai terremoti del 1894, 1905 e 1908, anche questa nuova matrice fu ricostruita in cemento armato a partire dal 1922 sulla base del progetto redatto dall’ingegnere Umberto Angiolini – padre carmelitano iniziale progettista della cattedrale di Reggio Calabria– e consacrata il 12 agosto 1933 da Mons. Paolo Albera, vescovo di Mileto. Fu eretta in Basilica Minore con Breve di Pio XII del 30 maggio 1955.L’interno, di gusto neo-romanico, conserva numerose testimonianze artistiche provenienti dalle chiese distrutte dell’antico centro.L’altare maggiore, in marmi policromi, reimpiega elementi databili alla seconda metà dell’800, con qualche aggiunta posticcia, come il prospetto del tabernacolo. La portellina di quest’ultimo, in lamina d’argento, rappresenta, con minuzia di particolari, la Madonna dei Poveri assisa sul trono argenteo settecentesco. Un’iscrizione tramanda il nome del committente: Paolo Filochimo.L’edicola che sovrasta l’altare, realizzata negli anni ’50, ospita la preziosa statua lignea della Madonna dei Poveri, del sec. XII-XIII, collocata entro un ricco trono argenteo completo di baldacchino eseguito nel 1750 a Napoli su commissione del canonico Onofrio Sanchez.Secondo un’antica leggenda, la statua, ritrovata tra le rovine di Taureana «annerita dalle fiamme dell’ultimo saccheggio», sarebbe stata trasportata a Seminara nel 1010.Si vorrebbe, altresì, che la denominazione di Madonna dei Poveri le sia stata attribuita poiché, dopo vani ripetuti tentativi da parte di esponenti del clero e delle più alte fasce della società, solo ai miseri la statua avrebbe concesso la facoltà di sollevarla per condurla a Seminara. Protettrice della città, che nel 1768 la elesse propria principale patrona, veniva invocata perscongiurare «contaggi, carestie, tempeste, epidemie». Custodita all’interno di una cassaforte metallica aperta solo anteriormente, la statua viene calata ed esposta più da vicino alla venerazione dei fedeli in tre sole occasioni durante l’anno: dall’alba del Martedì Santo fino al mezzogiorno del Mercoledì, durante le Quarantore, il 14 agosto, quando viene portata in processione dalle 17:00 alle 23:00 circa, e il 28 dicembre, quando si commemora la vigilia del sisma del 1908.Ai lati dell’edicola, sull’ultimo grado dell’altare maggiore, sono collocate due splendide statue marmoree, raffiguranti San Pietro e San Paolo, purtroppo in pessimo stato di conservazione, opere documentate del più dotato tra i figli di Antonello Gagini – Antonino – commissionate per la distrutta Chiesa dello Spirito Santo. Nella prima cappella a destra dell’ingresso principale è collocato un fonte battesimale neocinquecentesco, giunto nella matrice intorno al 1880. Sempre a destra dell’ingresso, sopra un basso piedistallo, si può ammirare la nota Maddalena recante sulla base l’iscrizione lacunosa «[…]NALDUS BONANUS F.», firma dello scultore Rinaldo Bonanno (1545 ca-1590), originario di Raccuia ma operante a Messina, che, dopo Antonello Gagini, può a buon diritto essere considerato il più grande artista autoctono che la Sicilia abbia espresso nel corso del ’500. La statua, peraltro, prende a modello proprio un capolavoro dell’artista palermitano: l’analogo soggetto eseguito per i Pignatelli di Monteleone attualmente nella collegiata di San Leoluca a Vibo Valentia.Forse proveniente dall’antica chiesa dello Spirito Santo, dove le visite pastorali settecentesche attestano l’esistenza di una cappella dedicata alla santa, con annesso beneficio della famiglia Silvestri, la statua costituisce uno dei più seducenti saggi dell’arte matura dello scultore di Raccuia. In posizione simmetrica, sulla sinistra, è collocata una statua raffigurante la Madonna col Bambino, detta degli Uccellari, attribuibile alla bottega di Martino Montanini, che probabilmente la eseguì, intorno al 1560, con l’assistenza dell’allievo Giuseppe Bottone. Evidente è il legame, non solo iconografico ma anche stilistico, con la Madonna del Popolo conservata nella cattedrale di Tropea, commissionata a Giovan Angelo Montorsoli nel 1554. Nella cappella destra del transetto si segnala una statua lignea raffigurante l’Immacolata, del raffinato scultore napoletano Arcangelo Testa con una datazione al secondo quarto dell’800. L’opera, che fortunatamente mantiene l’originaria cromìa, perpetua nella morbidezza della posa e nell’enfatico moto dei panneggi, ritorti e gonfiati dal vento, un gusto teatrale di sapore ancora settecentesco.Tra le altre statue, prevalentemente in cartapesta e databili al sec. XX, si distingue un Ecce Homo ligneo, purtroppo pesantemente ridipinto, proveniente dalla chiesa dei Cappuccini.Sulla parete di controfacciata, ai lati dell’ingresso, si trovano due tele, raffiguranti la Trinità con anime purganti e la Madonna col Bambino, siglate dal pittore Carmelo Tripodi (1874-1950) di Sant’Eufemia d’Aspromonte.Testimonianze dell’importanza della città e dei suoi edifici di culto sono le imponenti campane conservate all’interno del santuario. Una, in particolare, larga circa 80 cm, reca le figure a rilievo dei santi Basilio Magno e Filarete e una lunga iscrizione – «Verbum caro factum est. In honorem SS. Patris Basilii Magni/ et Philareti Titularis huius monasterii tempore cubernii/ ipsiusmet Rim Pris Mri Abbatis D. Lodovicii Salerni A.D. MDCCLIII/ Opus F. Nicolaus Astarita de Neapoli» – che ne rivela la provenienza dal monastero basiliano di S. Filarete.Un’altra campana di pari dimensioni, oltre all’iscrizione che esplicita la data di esecuzione e l’identità del committente – «Antoninus Chilindri Adimplevit A.D. MDCXXXV» – presenta un piccolo tondo raffigurante la Vergine col Bambino, una colomba e, in prossimità del margine inferiore una lucertola, simbolo che forse costituiva una sorta di “logo” dei fonditori messinesi Salicola. Nel piccolo Museo di Arte Sacra, si conserva una terza campana, anch’essa di dimensioni ragguardevoli, che un’iscrizione – «Anno Dni M.DCXVII Seminarie Die X Augusti Regnante Ph.o De Austria/ Abb. Io. Petrus Poeta V.I.D Rector/ Hiero Del Castillo Capit. M. Ant. Marsano V.I.D Io. Domi.s Russo Sindic./ Iacob(u)s Mvsarra

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