La Chiesa di San Marco

A distanza di poche decine di metri dalla basilica è ubicata l’attuale chiesa di San Marco Evangelista.
L’edificio, che fino al 1880 ospitava la collegiata, fu costruito dopo il 1783 forse sul sito dell’antica chiesa dei Minori Osservanti, sotto il titolo di Santa Maria degli Angeli. Sulle pareti dell’unica navata si sviluppa una ricca decorazione in stucco realizzata agli inizi del XX secolo dallo stesso artigiano che ha lavorato al calvario in via San Marco, in cui sono ripresi motivi tratti dalla lunetta del dossale dell’Epifania).
Dalla sede ottocentesca, nei pressi del castello, l’arciconfraternita intitolata all’Evangelista si trasferì nell’attuale soltanto dopo il 1880.
L’altare maggiore assembla elementi marmorei di varia provenienza, tra i quali spiccano, composte nel paliotto, due allegorie della Fede e della Speranza, sedute sulle volute di due elementi laterali provenienti dall’altare del SS. Sacramento eseguito nel 1769 per l’antica matrice dal marmoraro napoletano Giuseppe Troccoli coadiuvato dal discepolo Domenico Mazza. Allo
stesso contesto sono probabilmente da ricondurre anche i mensoloni che reggono la mensa, il rilievo con teste di cherubino e tiara pontificia al centro del paliotto e un prospetto di tabernacolo attualmente reimpiegato nell’altare maggiore della chiesa di San Michele.
Anche gli altari laterali ricompongono mensoloni, paliotti ed altri elementi marmorei prevalentemente databili al XVIII secolo ed attribuibili a marmorari siciliani, come il paliotto in commessi policromi recante al centro, a rilievo, il Leone alato, simbolo tetramorfico di
San Marco Evangelista, forse parte dell’originario altare maggiore dell’antica chiesa confraternale.
L’opera d’arte più pregevole tra quelle conservate nella chiesa è la nota Madonna degli Angeli, tra i capolavori di Antonello Gagini, databile al secondo decennio del ’500. Persino Giovanni Fiore, nella Calabria Illustrata, riferendo del convento dei Minori Osservanti di Seminara, sotto il titolo di S. Maria degli Angeli, non poté fare a meno di segnalare «l’immagine della medesima
Vergine di tutto rilievo, di marmo finissimo, opra insigne», lasciandoci una testimonianza dell’alta considerazione in cui la statua era tenuta. Un’ulteriore prova dell’ammirazione tributata alla Madonna degli Angeli sono le numerose repliche scolpite da Giovambattista Mazzolo. Tutt’oggi «la meravigliosa Madonna di Seminara», pur non essendo né firmata né documentata, è considerata «uno tra i più commoventi apici autografi del Gagini in Calabria» (Caglioti 2002).
Sull’ultimo altare a destra è collocato un dossale marmoreo raffigurante l’Epifania, attribuito ai Mazzolo, che potrebbe provenire dalla distrutta chiesa dello Spirito Santo nella quale le visite pastorali settecentesche segnalano la presenza di un altare dedicato alla Natività con obblighi di messe per l’anima di Grillo e un beneficio semplice fondato dal sacerdote Antonino Gioffrè (ASDM, vol. 9, 1722, fol. 80v).

La pala (cm 185×150) prende a modello l’analogo soggetto dipinto da Cesare da Sesto per la
chiesa San Nicolò dei Gentiluomini a Messina (1519 ca), oggi nella pinacoteca di Capodimonte, che lo stesso G.B. Mazzolo reinterpreta in un più piccolo rilievo marmoreo oggi nella cappella capitolare del duomo di Messina, eseguito nel 1544. Ad un’opera firmata del Mazzolo, il dossale nella chiesa del Ritiro a Cetraro (1533), si riconnettono le lunette che sovrastano la trabeazione, nelle quali sono raffigurati l’Angelo e l’Annunziata ai lati, la Pietà, con la Madonna, San Giovanni e Nicodemo, nel comparto centrale.
Sull’ultimo altare a sinistra, sovrastato da ornati in stucco, è murato un frontale di tabernacolo databile al quinto decennio del Cinquecento e attribuito a Domenico Vanello, un’oscura personalità di cui ancora si conoscono poche opere, ma che pure fu tra i protagonisti della scena messinese del quarto e quinto decennio del ’500, nonché capomastro della fabbrica del duomo almeno dal 1546 al 1550, quando fu sostituito dal Montorsoli.
La custodia seminarese, grazie ai confronti istituibili con opere siciliane, riveste un’importanza fondamentale per ricostruire la personalità dell’artista.
Ai lati della portellina sono due Angeli adoranti, nelle nicchie laterali San Francesco d’Assisi e Santa Caterina d’Alessandria, mentre in alto, entro una lunetta, due angeli reggono il calice eucaristico. La rappresentazione del santo assisiate potrebbe indicare la provenienza del manufatto dall’antica chiesa dei Minori Osservanti.
Il tabernacolo (h. cm 155 ca), oltre ad apparentarsi nello sviluppo architettonico all’altare Cesarini nel Duomo di Nola, datato 1523 ed attribuito al giovane Giovanni da Nola, presenta notevoli affinità con un ciborio conservato nella chiesa di San Giovanni Battista a Castanea delle Furie (Messina), databile al 1546.

Il prospiciente altare oltre ad esibire la già vista cona dell’Epifania, riutilizza come paliotto la parte inferiore di una pala marmorea raffigurante la Trasfigurazione, originariamente collocata nella cappella della famiglia Franco all’interno della chiesa dei Minori Conventuali dove è puntualmente descritta nella Platea del 1722. Il frammento superstite (cm 122×78 ca),
che rappresenta, sulla vetta del monte Tabor, gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo, doveva trovare completamento nella figura del Cristo, circondata da un nembo raggiante. Dalla Platea settecentesca sappiamo che l’altare era stato eretto nel 1555 da Jacobello Franco, appartenente ad una delle famiglie più influenti di Seminara. Il rilievo, in cui ricorrono motivi consueti nel repertorio montorsoliano – i mantelli roteanti, la veste sblusata in vita che forma un ventaglio di pieghe convergenti verso il colletto, aderendo, invece, nella parte inferiore, al ventre tanto da lasciar intravedere l’ombelico – è attribuibile a Martino Montanini e si apparenta strettamente ad altre opere dello scultore conservate a Seminara nella chiesa di San Michele.

Torna in alto