Seminara
Battaglia sul Petrace nei pressi di Seminara (1503)
Quando il nome di Seminara si affaccia per la prima volta alla luce della storia, vi troviamo ricoverati, con il proprio vescovo, gli abitanti di Taureana, antica ed illustre sede episcopale che sorgeva in prossimità della costa. Secondo alcune fonti il trasferimento definitivo della popolazione taureanese superstite a Seminara, con la traslazione della sede vescovile, si collocherebbe intorno al 986, anno in cui quasi tutta la Calabria fu devastata dai Saraceni.
La permanenza della cattedra vescovile nel borgo ebbe però vita breve, poiché le antiche diocesi di Taureana e di Vibona, per volontà del Conte Ruggero il Normanno, furono accorpate alla prima diocesi latina della Calabria, con sede a Mileto, fondata nel 1073. L’intervento del Conte era mirato ad estendere il controllo della latinità su una vasta area in cui fortissima era – e per lungo tempo ancora sarebbe stata – l’influenza della religiosità bizantina, propagata da una serie di vetusti insediamenti monastici che erano stati casa di grandi mistici basiliani elevati all’onore degli altari, come i santi monaci Elia, Nilo, Luca, Fantino e Filarete.
Chiesa de’ Basiliani in Seminara ruinata mentre porzione della medesima si ristaurava – da Sarconi
Emblema dell’Università di Seminara
Al monastero di S. Elia Nuovo e Filarete fanno peraltro riferimento i più antichi documenti vaticani relativi a Seminara, risalenti al XIII secolo.
Il ruolo di presidi della cultura greca, che tali insediamenti monastici svolgevano, attendendo allo studio dei testi classici, è testimoniato dal contributo fondamentale di intellettuali quali Barlaam Calabro e Leonzio Pilato, che furono maestri della lingua di Omero per Petrarca e Boccaccio.
Seminara, ubicata in posizione strategica, lungo la più importante arteria di comunicazione della Calabria che ricalcava il tracciato dell’antica via consolare Popilia, traeva ulteriori vantaggi dalla facilità degli scambi marittimi con la vicina Sicilia, grazie allo sbocco sul mare nel casale di Palmi.
Ad eccezione di un’effimera concessione ai Ruffo dal 1410 al 1420, la città rimase di demanio regio fino a quando, nel 1495, Ferdinando II d’Aragona la cedette per 4.000 ducati a Carlo Spinelli, patrizio napoletano, figlio di Troiano III, barone di Summonte. Distintosi al servizio degli Aragonesi prima e dell’Imperatore Carlo V dopo, il neofeudatario ottenne l’elevazione della baronia a contea con privilegio emanato il 6 agosto del 1532. Nel novembre del 1535 ebbe l’onore di ricevere, proprio a Seminara, la visita dell’imperatore Carlo V, reduce dalla gloriosa campagna tunisina. Città tra le più popolose della Calabria Ulteriore, Seminara nel 1545 contava 1524 fuochi (nuclei familiari). Grande cura al feudo prestò il terzo conte, Carlo Spinelli, che, succeduto nel 1554 al padre Pietro Antonio, nel 1559 divenne duca di Seminara e nel 1565 principe di Cariati.
Ingresso trionfale
dell’imperatore Carlo V a Seminara
Archi di Rosia
Il suo erede, Scipione, nel 1578 vendette il feudo di Seminara, col casale di Palmi, a Fabrizio Ruffo, Conte di Sinopoli, destando una decisa reazione da parte dell’Università, tanto che 200 cittadini, tra Seminara ed altri casali, si quotarono per 100.000 ducati al fine di riscattarsi e passare al regio demanio.
Una delle prime iniziative della nuova classe dirigente consistette nella trasformazione del castello feudale in monastero di clausura, sotto la regola di S. Chiara.
Nel 1634 il casale di Palmi si rese autonomo, per passare subito dopo, nel 1636, in dominio del marchese di Arena Andrea Conchublet. Di lì a poco, nel 1641, Scipione II Spinelli, IV principe di Cariati, rivendicò il feudo di Seminara al Regio Fisco e ne prese intestazione nel 1652.
Da allora il dominio degli Spinelli non avrebbe più conosciuto interruzioni di continuità fino alle leggi eversive del 1806.
Probabilmente ad un intervento del primo feudatario, Carlo Spinelli, si deve l’erezione della cinta muraria che abbracciava l’abitato, così quale appare in due dei quattro pannelli (1568 circa) provenienti dal monumento all’omonimo nipote che sorgeva nella piazza di San Francesco. Documenti eccezionali, in quanto in grado di restituire una rappresentazione quasi tridimensionale dell’assetto urbano nel sesto decennio del Cinquecento, per quanto in forma idealizzata, i pannelli del monumento a Carlo Spinelli consentono di percepire l’importanza strategica che Seminara rivestiva all’epoca nel contesto territoriale della Piana.
Fontana di Rosia prima del restauro, particolare degli affreschi
Fontana di Rosia dopo il restauro, particolare degli affreschi
Ospedale dello Spirito Santo
Non per nulla sotto le sue mura, nel 1495 e nel 1503, si svolsero episodi bellici fondamentali nelle vicende di affermazione della supremazia aragonese sulle mire angioine. L’antico abitato si sviluppava nell’area situata a nord-est rispetto all’attuale centro urbano che corrisponde sostanzialmente alla rifondazione tardo-settecentesca, attuata dopo il terremoto del 1783. L’unica struttura presismica che abbia conaservato almeno in parte l’elevato è l’Ospedale annesso alla chiesa dello Spirito Santo, unitamente a quest’ultima fondata intorno al 1544. Anteriore al 1783 è anche la fontana di Rosia, sita a ridosso delle mura urbiche dette Archi di Rosia. La fontana conserva la sua veste secentesca e alcune tracce degli affreschi che la ornavano: lo stemma reale, sulla parete del fianco sinistro, e i Santi Elia e Filarete sulla fronte all’interno della nicchia all’estrema destra. Nel 1783, una terribile scossa tellurica devastò Seminara: dei 4.816 abitanti ben 1370 perirono sotto le macerie, altri 500 trovarono la morte in un’epidemia che funestò la zona nei mesi successivi.
Si decise dunque di edificare la nuova città nell’area press’a poco pianeggiante ubicata poco più a Sud, dove sorgevano i conventi dei Minori Osservanti, dei Basiliani e dei Minimi.
Il disegno del nuovo impianto urbanistico, pubblicato dal Vivenzio (1783), risulta inventato e delineato da Vincenzo Ferraresi, al quale probabilmente si deve il primo schema poi messo a punto dal de Cosiron. La nuova città presenta la consueta struttura a scacchiera, imperniata sull’ampio spazio vuototo centrale della piazza, destinata ai pubblici mercati. Tra i complessi religiosi rimase distrutto anche l’antico convento de’ Basiliani, nell’area dell’attuale Largo Teatro, dove è ancora eretto il cosiddetto obelisco dei Basiliani rappresentato in una nota stampa del Sarconi (1784). Sulla collina dei Cappuccini, Agazio Mezzatesta edificò il palazzo forse più magnifico della nuova Seminara.
Pianta della nuova città di Seminara
Palazzo Mezzatesta
Sebbene stravolto dai terremoti del 1894, 1905 e 1908, e da impropri interventi di ristrutturazione, il tessuto storico della città è ancora in grado di offrire agli occhi del visitatore testimonianze architettoniche tardosettecentesche di una certa rilevanza, tanto più preziose per lo squarcio che gettano sul linguaggio specifico di quest’area che a tale data, come già nel ’500, sembra assumere connotazioni proprie in virtù degli stretti rapporti con la Sicilia.
A prototipi siciliani rimandano, ad esempio, alcuni dettagli dell’imponente palazzo Mezzatesta, come i possenti mensoloni teriomorfi della balconata angolare. Seminara appartenne alla Diocesi di Mileto fino al 1979, quando il decreto pontificio “Quo aptius” determinò il distacco da Mileto di tutte le parrocchie esistenti nei comuni della provincia di Reggio Calabria, aggregate alla Diocesi di Oppido Mamertina – Palmi.
Punti d'interesse
L'olio
Incastonata in una selva di ulivi secolari di straordinarie dimensioni, Seminara ha nella produzione olearia una delle voci più importanti della sua economia. I frantoi oggi attivi in paese sono eredi di una tradizione antica, che affonda le proprie radici lontano nei secoli, scaturendo dalla naturale vocazione olivicola dell’area, decantata già dal Barrio (1571 ca).
Attraversando le campagne circostanti non ci si può sottrarre al fascino che promana dagli ulivi secolari, altissimi, con le fitte chiome protese verso il cielo, protagonisti assoluti del paesaggio di Seminara. Le caratteristiche vegetazionali degli alberi, prevalentemente nelle varietà ottobratica e sinopolese, l’altezza considerevole della pianta che può raggiungere i 10 m e il calibro contenuto dei frutti, hanno a lungo impedito di garantire un buon livello qualitativo dell’olio prodotto, principalmente perché l’unico sistema di raccolta economicamente sostenibile prevedeva l’impiego delle reti e la caduta spontanea delle olive. Solo di recente, con l’ausilio di scuotitori dotati di braccio telescopico in grado di elevarsi fino a 12 m da terra, le aziende hanno potuto migliorare le modalità di raccolta, cosicché il progresso tecnologico, affiancato dalla maggiore attenzione prestata alle fasi di molitura, consente oggi di offrire al mercato un prodotto altamente competitivo.
Se capitate in zona, non ve ne andate senza aver prima assaggiato il suo olio!
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